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Lunedì 05 Dicembre 2016

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NOTIZIE

Commemorazione di Grazia Deledda in Consiglio comunale

Il discorso del presidente Guido Portoghese in occasione dell'ottantesimo anniversario della morte e del novantesimo anno dal Premio Nobel per la letteratura.

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“E’ nell’agenda non soltanto letteraria la doppia ricorrenza deleddiana di cui giustamente si parla in queste settimane e che ci riporta all’orgoglio – nostro di sardi – di aver dato all’Italia e al mondo l’autrice di “Canne al Vento”, di “Cosima” e di altri cento fra romanzi, racconti e novelle, composizioni poetiche, testi teatrali e scritti di varia natura, la maggior parte riferiti alle leggende e alle tradizioni popolari sarde: siamo appunto nell’80° della morte della scrittrice, avvenuta a Roma il 15 agosto 1936, e nel 90° del premio Nobel per la letteratura a lei attribuito – quello del 1926 , che sarebbe stato ritirato l’anno successivo, il 10 dicembre 1927”.

“Abbiamo nel nostro municipio un busto della Deledda al secondo piano, in uno dei corridoi prossimi all’ufficio storico del sindaco, opera di Franco d’Aspro”.

“Ma soprattutto, a Cagliari, possiamo onorarci di aver ospitato, in due riprese e per alcuni mesi, sul finire dell’ultimo decennio dell’Ottocento – proprio alla vigilia del matrimonio con Palmiro Madesani, con cui si trasferì definitivamente a Roma –, Grazia Deledda presso l’antico palazzo Cappai, o Saggiante, all’angolo superiore fra la via San Lucifero e la via Sonnino (allora via Nuova, dove sferragliavano le Tramvie del Campidano), giusto di fronte all’attuale Parco delle Rimembranze. Infatti una lapide ne ricorda, dal 1955, il la sua presenza nella nostra città. Di quel palazzo, Francesco Alziator recitò l’orazione funebre in un articolo uscito su “L’Unione Sarda” del 4 aprile 1957. Inoltre della permanenza cagliaritana abbiamo una bella documentazione sia epistolare che poetica della scrittrice”.

“Il ricordo di quell’edificio si mescola con quello del suo arrivo a Cagliari e chiude il libro autobiografico, pubblicato postumo, della Deledda. Come se Cagliari tornasse nel suo estremo e ultimo immaginario. Richiamo le righe più significative, e suggestive, che descrivono la nostra città nella belle époque bacareddiana quale la scrittrice la vide e sentì, nelle ultime pagine dell’ultimo romanzo, “Cosima”: «… il treno si fermò in una stazione che pareva, col suo giardino di palme…, un’oasi civilizzata… Una piccola folla invadeva il marciapiede… Una signora vestita in modo quasi buffo, tutta volanti e frange… balzò verso la fanciulla, la prese quasi a volo sul predellino del vagone, la strinse al suo petto scarno, le coprì il viso di baci… All’arrivo alla casa dell’ospite – un grazioso palazzo tutto balconi, di fronte a un giardino e a una chiesa [San Lucifero], – lungo la scala di marmo con la ringhiera ornata di tralci verdi, vide con mite terrore una fila di bambine e giovinette, quasi tutte vestite di bianco, con mazzolini di fiori in mano … e mentre il facchino scaricava dalla carrozzella la modesta vecchia valigia di Cosima… le ragazzine intonarono un coro… Del coro… non le rimase in mente che il motivo monotono e quasi triste, che si confondeva con un rumore lontano, da lei non ancora mai bene inteso, che le pareva quello del pino della vigna. Era il rumore del mare”.

«Era lì, il mare, in fondo alla larga strada che costeggiava una fila di case nuove bianche abbaglianti. Cosima aveva sempre più l’impressione di trovarsi in una città orientale: palmizi e cactus, altri alberi esotici si muovevano pesanti su quel cielo caldo, sullo sfondo turchino del lido. Sui balconi fiorivano i garofani: un odore di erbe aromatiche scendeva dalla collinetta coperta di pini che chiudeva l’orizzonte di fronte alla strada [era Monte Urpinu]. E la gente era tutta fuori, come nelle sere d’estate; e canti e suoni di mandolino continuavano, di fuori, il coro in onore di Cosima… [La sua ospite] aveva destinato a Cosima la camera più bella…, quella appunto donde si vedeva il mare… Tornò al balcone: …una grande luna rosea saliva dai pini dell’altura, il cielo e il mare, fra due palmizi che luccicavano… I bambini, nella strada ancora bianca, giocavano al gioco dell’ambasciatore venuto a domandare una sposa…».

“Mi piace ricordare questa circostanza alla riapertura delle sessioni di lavoro dell’assemblea municipale, come a voler associare quella Cagliari di cui tutti noi, che sediamo in questi scranni, siamo rappresentanti ed interpreti, con i nostri corregionali nuoresi, con tutti i barbaricini ed i baroniesi, perché Grazia Deledda, nella sua opera, rappresenta in maniera emblematica le dinamiche morali, sentimentali, culturali di quei territori”.

“Ricorderò brevemente, della Deledda “cagliaritana”, la pubblicazione, nel 1890 – appena 19enne dunque e con lo pseudonimo di  Ilia di Saint-Ismael – del romanzo “Stella d’Oriente”, stampatrice la tipografia dell’Avvenire di Sardegna, nella piazza Santa Croce, in Castello. E ricorderò la collaborazione che, neppure ventenne, avviò con la rivista “Vita Sarda”, fondata nel 1891 in città, nel quartiere della Marina: via Pagatore (poi Arquer), quindi vico Baille (poi Sicilia), poi ancora via Manno. Direttori/fondatori l’avv. Antonio Scano, futuro parlamentare e fratello di quel Dionigi Scano, ingegnere e storico dell’arte, che fu a lungo nostro illustre predecessore sugli scranni consiliari nel municipio di piazza Palazzo, e l’avv. Antonio Giuseppe Satta Semidei, assessore nei primi anni ’10 con Bacaredda sindaco”.

“Ebbene la giovanissima Deledda, dopo qualche prova tutta adolescenziale in una rivista romana (“L’ultima moda”) e nella sassarese “La Sardegna” – esordì  nel nostro quindicinale di “lettere, scienze ed arti” fin dal 3° numero (1° maggio 1891) con le pagine narrative di  “Vendetta d’amore”. La ristampa anastatica delle 68 uscite del periodico, fino al 1893, curata molti anni fa dal professor Antonio Romagnino – nostro indimenticato Defensor Karalis, del quale il prossimo anno celebreremo il centenario della nascita – registra una ventina di testi firmati dalla Deledda, sia in versi sia in prosa”.

“Dirò, per restare sempre a Cagliari e limitarmi sempre alle sue prime prove letterarie, in quel decennio conclusivo del secolo XIX (che fu anche il primo della lunga sindacatura di Ottone Bacaredda), che Grazia collaborò anche a “Sardegna Letteraria Artistica”, a “Bohème goliardica” ed a “L’Ateneo sardo” nonché al quotidiano “L’Avvenire di Sardegna”, che per vent’anni aveva coperto lo spazio che poi sarebbe divenuto quello de “L’Unione Sarda”.

“Ho citato prima il professor Romagnino, relatore nel 1996 sul tema “La Deledda e Cagliari” al convegno organizzato a Galtellì nel 70° dell’assegnazione del Nobel. Assieme al suo nome vorrei qui richiamare, a proposito della Deledda cagliaritana, il professor Nicola Valle, benemerito fondatore, e a lungo presidente della associazione altrettanto benemerita degli Amici del libro, che per lunghissimi anni ha avuto la sua sede in questo stesso palazzo. Ebbene a Nicola Valle dobbiamo la pubblicazione – che iniziò proprio settant’anni fa, nel 1946 – della rivista “Il Convegno”, voce ufficiale degli Amici del libro e della sezione della “Dante”, di cui diversi numeri monografici furono dedicati proprio alla Deledda”.

“Al professor Valle dobbiamo anche, all’interno della sua ricchissima produzione, e nell’ambito di una quindicina di specifiche pubblicazioni sulla Deledda, un libro, prefato da Bonaventura Tecchi, dal titolo semplice di “Grazia Deledda”, uscito nel 1971 in occasione del centenario della nascita della scrittrice. Il secondo capitolo di tale volume è tutto incentrato sul rapporto di questa con la nostra città. Fonte preziosa di notizie”.

“La scrittrice fu a Cagliari, per svariati mesi giusto alla fine dell’Ottocento, ospite della sua amica Maria Colombo Manca, fondatrice nel 1898 della rivista “La Donna Sarda”, alla quale non mancò di offrire i suoi racconti: girò molto per ambienti aperti e nei salotti culturali cittadini – dove incontrò i maggiori intellettuali, dal critico letterario Luigi Falchi, un repubblicano sassarese che sarebbe stato a lungo preside del nostro Istituto Martini, a Felice Uda, scrittore allora di fama nazionale. Fu per lei, Grazia di nome, una grazia autentica il poter entrare  in un più maturo circuito di libere intelligenze…  Pregava e andava a messa nella chiesa di Santa Caterina alessandrina, la patrona della comunità dei genovesi, nella via Manno (Sa Costa)”.

“Debbo concedermi, su quest’ultimo punto, una parentesi che mi pare addirittura imposta dall’autorevolezza della fonte; è Pietro Leo, che fu sindaco di Cagliari dal 1949 al ’56, a fornire la seguente testimonianza: «Ricordo benissimo come una domenica del tardo autunno 1899 l’ingresso di una giovane accompagnata da una donna anziana, provocasse, specie nel pubblico femminile che affollava la chiesa [per la messa delle 11] un lungo mormorio e un movimento di interesse mai celato. Mentre una amica diceva sottovoce a mia madre “è Grazia Deledda”, io non mi potei trattenere di guardarla a lungo con l’insolente curiosità dei ragazzi e mi rimase impressa per sempre la sua figura di donna sarda bruna dai lineamenti marcati, ma simpatica, piuttosto impacciata, che prese la sedia, aprì il libro di preghiera e si mise a leggere… senza sollevare lo sguardo dalle pagine. All’uscita ne sentii poi parlare tra le signore: certo nella nostra Sardegna ed anche a Cagliari era oggetto di molte chiacchiere questa ragazza che pur relegata nella lontana Nuoro aveva potuto farsi strada, aveva destato tanto interesse negli ambienti letterari ed era riuscita a rompere quella cerchia di restrizioni che vincolavano ancora la donna in Sardegna: destava ammirazione, specie negli ambienti femminili, ammirazione non scevra di una piccola punta di benevola invidia»”.

“Si fece perfino coinvolgere, per continuare sulla sua fede religiosa, nella confezione del numero unico che, nel 1899, uscì in città per festeggiare il giubileo sacerdotale dell’arcivescovo Paolo Maria Serci Serra, che nel capoluogo aveva governato la storica collegiata di Sant’Eulalia, prima della promozione episcopale che l’avrebbe portato a Lanusei ed Oristano prima che a Cagliari. Intervenne, Grazia, con cinque quartine che in prima battuta, ad onta della solennità del soggetto – “Leggendo San Paolo” –, a noi cagliaritani lettori d’oggi… indurrebbero al sorriso, pensando al mitico Gigi Riva: «Come rombo di tuono, come lene / voce canora di pura fontana / è la voce di Paolo, ma è lontana / troppo, qual voce che nel sogno viene…»”.

“Collaborò intensamente, in quel periodo, con “La Piccola Rivista”, un periodico letterario fondato e diretto dall’avvocato Ranieri Ugo, figura eccellente della Cagliari umbertina. Nella “Piccola Rivista” la Deledda pubblicò anche dei versi dedicati alla nostra città estremamente significativi, sia per le descrizioni ambientali – dalle sue finestre di quella casa che era quasi alla periferia dell’abitato, e senza che i palazzi ne interrompessero il tratto, vedeva – s’è detto – Monte Urpinu e vedeva il mare. Conobbe la città attraversandola tutta e dal Castello e dal viale Buoncammino ne ammirò panorami e skyline, i colori, la composizione, il viale detto di Terrapieno fino ai giardini pubblici allora quasi isolati; i paesaggi dell’hinterland pirrese, monserratino, selargino, quartese; le lagune; il santuario di Bonaria isolato anch’esso, fra gli orti e i cardeti, con a fianco l’eterno cantiere della basilica e sopra il cimitero monumentale che proprio allora conosceva, sotto il profilo artistico, le maggiori commissioni a fior di pittori e scultori, fra tutti lo scultore Sartorio”.

“Lei barbaricina, donna di montagna, subiva singolarmente il fascino del mare, e scriveva nelle strette pagine de “La Piccola Rivista”: «Ad oriente… l’infinito sogno del mare; …una lontana vela candida e lenta nell’azzurro vola: scendono i clivi alla pianura, e il piano sfuma nel mare…»”.

“C’era poi Monte Urpinu, ove forse maturò l’amore per Palmiro Madesani, un mantovano di Cicognara che in quegli anni era stato assegnato agli uffici dell’intendenza di finanza di Cagliari: la chiese in moglie una settimana dopo averla incontrata, e lei scherzando accettò la proposta purché le nozze si fossero celebrate entro due mesi; così avvenne!... Consegnò emozioni e versi, la Deledda, ad una silloge che comparve nel numero speciale de “La Donna Sarda”, uscito nell’occasione del suo matrimonio, a cui collaborarono alcuni dei maggiori intellettuali, cagliaritani di nascita o d’elezione: «… noi vaghiamo pei campi. Una pineta ci seduce. O adorabile luogo… stendonsi i viali verdi deserti e in lontananza i rami ricamano gli sfondi rosei… In alto… bianche roccie  guardan sugli stagni di madreperla, solcati dal lento volo dei fenicotteri e sul mare d’argento fosco». E in prosa: «Par di essere tra cielo e terra, in un bagno di luce, e di percorrere una di quelle vie d’oro del mare che conducono verso l’ignoto oriente»”.

“Sono versi, gli uni e gli altri, che sarebbero apparsi o riapparsi in uno “speciale” del milanese “Natura ed Arte” a pro dei Terremotati di Messina e Reggio, nel 1909, e che la famiglia Scano, l’istituto Cambosu e ancora soprattutto la benemerita associazione Amici del libro cesellarono nelle due grandi lapidi bronzee le quali, a conclusione della settimana celebrativa, ad un anno da quel centenario, in un piovoso pomeriggio di Santo Stefano (1972), furono scoperte nel nostro viale Europa – all’altezza dei due belvedere –, madrina Luigia Loddo Canepa, presenti i sindaci di Cagliari e Nuoro e, fra gli altri, anche l’arcivescovo cardinale Sebastiano Baggio. Fu un deleddiano d’eccezione, il nuorese avvocato Gonario Pinna, a tenere quindi, nelle riparate sale degli Amici del libro, il discorso d’occasione ed a ricordare come quel remoto soggiorno cagliaritano avesse rappresentato per la allora giovane scrittrice «il primo barlume di felicità», dopo le incomprensioni «paesane» di Nuoro e certe controversie familiari. Con quelle due targhe, secondo l’ auspicio della giunta comunale, l’ultima Leo, e d’iniziativa appunto del Municipio, avrebbe dovuto figurare anche il busto realizzato da Franco d’Aspro, oggi nel palazzo civico. Furono i privati e l’associazionismo culturale cittadino a supplire, in quella circostanza, all’inadempienza comunale”.

“Aggiungo, a questo riguardo, che Cagliari vanta altri tre busti deleddiani: due sono opera di Amelia Camboni, e si trovano rispettivamente presso il rettorato dell’Università e presso la Biblioteca universitaria; un terzo, assai più recente, risalendo al 2008, è opera di Licia Putzu Garau e fu donato dalla sezione cagliaritana dell’associazione Mogli Medici Italiani al nostro Comune, e si trova attualmente presso la Mem, nell’open space del primo piano, area autori sardi”.

“Lasciando definitivamente Cagliari, «la luminosa nostra capitale», «graziosa città moresca, il cui mare ardente, dai tramonti meravigliosi, fa sentire la vicina Africa», la Deledda accennò in una lettera a Sofia Bisi Albini, un’amica scrittrice lombarda, alla gioiosa ospitalità che ne aveva accompagnato il lungo soggiorno: «Mi hanno fatto festose accoglienze e mi sono divertita assai… Serbo vivissimo il ricordo dei lieti giorni di Cagliari e sogno ogni notte il mare; e, perché nasconderlo? anche di giorno nella quiete della tranquilla casetta, dalla quale mi pare di aver spiccato il volo come l’allodola dal nido…»”.

“Chiudo con due flash. Cagliari per il Nobel alla Deledda, Cagliari nel lutto per la sua morte”.

“In tempo di regime fascista, fu compito raccolto dai gerarchi e/o dalla stampa obbediente, quello di pronunziarsi in entrambe le circostanze. Ricorderei, nel primo caso – il Nobel cioè – le cronache in prima pagina, da Stoccolma, de “L’Unione Sarda” e la ripresa, nel giornale, delle espressioni elogiative del generale Carlo Sanna, l’eroico Babbu Mannu della grande guerra, al tempo deputato”.

“E ricorderei, nel secondo caso – la scomparsa avvenuta all’età di 65 anni –, ancora dalla stampa quotidiana cagliaritana, un commento commosso in prima pagina di Vitale Cao, che sì, fascisticamente, si doleva per come la rappresentazione dell’Isola da parte della scrittrice fosse «ancora presa dal senso tragico dell’angoscia primitiva», ma pure concludeva: «Vi sono talvolta delle piante selvatiche che riescon a dare dei frutti squisiti; tanto più saporosi in quanto ingentiliti dalla natura stessa che li ha espressi, e non da artificiosi innesti; con quel tanto di asprigno che è proprio della originaria semente…»”.
Rightbar
  • 16 settembre 2016